|
Lo scorso 14 dicembre, la signora Margarita Uria si è rivolta al Presidente del Governo, durante
l'incontro della Commissione d'Inchiesta sull'attentato dell'11 marzo 2003, per porgli delle domande, tra le altre, su determinate
questioni penitenziarie. Dopo un preliminare di imbarazzanti elogi nei confronti della signora Mercedes Gallizo, il membro
della commissione ha interrogato il signor Rodríguez Zapatero a proposito di una fuga di notizie, in particolare alcune immagini
e di una lettera ai mezzi di comunicazione.
La signora Margarita Uria non ha chiesto spiegazioni su tortura e violenze.
Nemmeno sulla morte o sulla malattia dei detenuti. Non le interessava il loro totale isolamento e la privazione delle visite.
Nemmeno gli incidenti, né tantomeno la loro dispersione nel territorio spagnolo, forse perché le avrebbero potuto rispondere
che tutto ciò era stato avallato in primis dal suo stesso partito politico: un PNV [Partito Nazionalista Basco, ndt] che ha
legittimato la repressione e la più crudele politica penitenziaria, non solo nel disegno teorico e nella copertura nell'applicazione
pratica, ma anche come protagonista con i propri assessori nella Direzione Generale degli IIPP [Istituti Penintenziari].
Né
la signora Margarita Uria né alcuno dei deputati e deputate che erigevano i diritti umani a mo' di vessillo di battaglia ha
avuto la benché remota intenzione di interessarsi delle vessazioni e delle aggressioni sessuali subite da alcune delle detenute
nel corso delle ultime retate della polizia. Tutto ciò non riveste nessun interesse per la signora Uria Sobre, non tanto nelle
sue vesti di parlamentaria, ma nemmeno in quanto donna. E non glielo domanda perché sa che essere arrestati come presunti
etarras durante un'operazione di repressione con la conseguente copertura mediatica è motivo sufficiente per essere privati
di ogni diritto, compreso quello di non essere torturato. Come diceva l'ipocrisia popolare: «chi ruba a un ladro merita cent'anni
di perdono». Dicono i nuovi rappresentanti della cittadinanza: «violentare l'aggredito non è doppia violenza, è giustizia
e silenzio». Ma questo lo sappiamo tutti, membro della commissione compresa, che elogia la signora Gallizo.
E tra
tante lodi di persone dabbene (non come me che sono basco e rosso, oltre a vari ista), mi sono chiesto se magari mi stessi
sbagliando. Sii positivo, Iñaki!, mi sono detto. Ho immaginato che i muri di cemento fossero di cioccolato. Che le sbarre
fossero di zucchero filato. Che i tre detenuti morti la scorsa notte nelle carceri di Langraitz e di Zuera fossero pupazzi
di marzapane. Ma, curiosamente, non sono riuscito a immaginarmi la signora Gallizo diversa da quello che è, come lo erano
i suoi predecessori.
Quando il PSOE ha vinto le ultime elezioni generali si sono create delle aspettative tra coloro
che sono inclini a crearsele, vuoi per ingenuità vuoi per necessità. Speranze che, in politica, col tempo generalmente si
rivelano false. La stessa cosa è successa con la nomina della signora Gallizo a direttrice generale degli IIPP. Malgrado all'inizio
i numerosi avvicendamenti nella direzione delle carceri potessero essere interpretati come un preludio a cambiamenti
più significativi, nel conoscere il rapporto dei nominativi a cui sono state assegnate le cariche, mi sono oltremodo convinto
che l'unico orizzonte di giustizia nelle prigioni è la demolizione delle loro mura. Speranza questa che, per quanto utopica,
è molto più realista, e priva di ipocrisia, che pretendere o sperare che il cemento e il ferro racchiudano diritti umani al
posto di violenza e sofferenza.
In questo carcere di Algeciras, la signora Gallizo ha destituito il direttore Miguel
Àngel Rodríguez, alias il Tragasables. Professionista erudito che, al sentire il nome di un prigioniero politico basco, subito
reagiva e vivacemente affilava un discorso articolato: «Con le risoluzioni giudiziarie degli etarras mi ci pulisco il culo».
Un vecchio conoscente del Collettivo dei prigionieri politici baschi che non è mai stato destituito nonostante abbia accumulato
montagne di denunce e di irregolarità. Non è stato destituito neppure per una bazzecola come quella, rimasta presunta, di
aver messo mano alla cassa nel Centro Penitenziario di Puerto II, fatto per cui ha ricevuto un rapporto. È invece stato destituito
per il fatto di non essere dello stesso partito della signora Gallizo. A che punto siamo arrivati!
Accendo la televisione.
Parlano del festival del cinema di Huelva. Accanto all'attore Imanol Arias, a fare gli onori di casa, quasi sbavandogli addosso,
mi pare di riconoscere un viso che mi porta sgradevoli ricordi. Ha i capelli bianchi e l'aria molto invecchiata, ma non certo
a causa dei rimorsi di coscienza. Sarà stato piuttosto un castigo per i suoi eccessi. Mi consolo stupidamente nel constatare
che, in quest'occasione, il torturatore ha un aspetto peggiore dei torturati. Non c'è alcun dubbio. Quella faccia è incisa
nella nostra memoria a colpi di violenza e di fame. È Francisco Sanz. Vicedirettore del carcere di Malaga. Direttore del Salto
del Negro, di Puerto II, attualmente del C.P. di Huelva, dove ha organizzato un festival cinematografico all'interno del carcere.
Per questo sbava accanto a Imanol Arias, e la prima cosa che mi viene in mente di fronte a tale immagine, è chiedermi se l'attore
avrà notato il solco del manganello e l'umidità del sangue nello stringergli la mano. A quanto pare, nel C.P. di Huelva, non
hanno nominato un nuovo direttore.
L'elenco dele nuove nomine è lungo: 21 nomi più altri 10 per trasferimento. Alcuni
cognomi mi inducono a frugare nella memoria. Era l'anno 1977, credo, perché l'unico archivio su cui posso contare, il mio
cervello, non è certo un hard disk. Comunque erano gli anni successivi alla morte del generale Franco, quando la società traboccava
di speranza e i partiti politici cospiravano per distruggerla. Passeggiavo in quel di Madrid in uno di quei molti giorni di
manifestazioni per l'amnistia e la libertà. Mi lasciai alle spalle la Gran Vía. Salii nella Calle de los Libreros e, all'altezza
dello scomparso hotel Darde, incrociai un gruppo di giovani come me, che scendevano di corsa e gridavano «hanno sparato».
Con più curiosità che precauzione, proseguii fino alla fine della strada. Girai a destra e mi infilai nella Calle de La Estrella
e, qualche metro più in là, c'èra un giovane steso per terra, morto, in una pozzanghera di sangue. Il luogo si riempì di guardias
civiles e pare che a sparare fossero stati degli argentini della Triple A. Che importa! Una di quelle sigle che nascondevano
sempre la stessa cosa, e che all'occorrenza ricompaiono.
Il giovane ucciso si chiamava Arturo Ruiz e aveva un fratello
che all'inizio era di sinistra e poi passò al PSOE diventando carceriere. Funzionario delle carceri talmente di fiducia, che
di notte prestava il suo ufficio nella prigione di Almeria affinché vi si tenessero conversazioni segrete tra gli inviati
del governo e i rappresentanti di un'organizzazione rivoluzionaria armata che NON è l'ETA. Una di quelle negoziazioni che
non sono mai esistite, e che se esistono vengono negate. Arturo Ruiz è morto in un giorno di lotta per l'amnistia e la libertà
e suo fratello vive per ridurle. E vive bene come nuovo direttore del Centro Penitenziario di Siviglia II.
Jesús Eladio
del Rey Reguillo, detto el Tirillas, nominato nuovo direttore del C.P. di Valdemoro. E mi sovviene alla memoria la rivolta
del modulo I di Herrera de la Mancha nell'anno 1988 in cui di poco più di 40 prigionieri politici baschi la metà finirono
in infermeria e cinque compagni all'ospedale con fratture ossee. Un'immagine raccapricciante quella del Tirillas, con un pugnale
in mano, alla testa di un gruppo nutrito di carcerieri e di guardias civiles, che percorreva i corridoi del modulo di cella
in cella e indicava chi doveva ricevere una razione di bastonate semplice o doppia.
Manuel Martínez Cano, detto el
Morritos, nominato nuovo direttore del C.P. di Jaén. Provocatore e causa detonante della suddetta rivolta, il cui unico ricordo
gradevole che può aver lasciato in qualche detenuto fu quando cadde in preda al panico e un compagno lo ricoprì di polvere
bianca con l'estintore, sempre in quella rivolta.
Antonio Diego Martín, nominato direttore del C.P. di Puerto II e
processato per tortura e rigore innecessario nel carcere di Siviglia II. Processato insieme all'ex direttore generale degli
IIPP, Antonio Asunción, non è mai stato allontanato dal suo lavoro repressivo, svolgendolo finora nella prigione di Melilla.
I detenuti incatenati per settimane alle brande, la loro tortura, nudi e tenuti a mollo nell'acqua, i loro lamenti e le loro
grida, non gli sono mai valsi nemmeno un giorno di sospensione. Anzi, con l'arrivo della signora Gallizo, meritano una promozione.
Ma perché continuare l'elenco? Mi sono convinto. La nuova politica penitenziaria del nuovo Governo del signor Rodríguez
Zapatero consiste nel recuperare o nel promuovere personaggi che evocano tristi ricordi ai detenuti in generale e al Collettivo
dei prigionieri politici baschi in particolare. O nel mantenere in carica coloro che già posseggono tali requisiti.
Le
aspettative sono state rispettate. O forse mi sbaglio e i torturatori sono capaci di lottare contro la tortura. L'esperienza
certo non gli manca. E allora, perfino io sarei capace di immaginarmi la signora Gallizo diversa da com'è in realtà.
|